La Paleodieta e gli Alimenti Neolitici

Critiche più comuni alla paleodieta:
– E’ iperproteica. E’ errato, perchè in realtà non si limitano i carboidrati, ma questi sono forniti da frutta e verdura, che sono a basso indice glicemico, ed escludendo cereali e derivati
– Ha poco calcio (esclusione del latte e derivati). I latticini (vedi), benché ricchi di calcio, sono molto acidificanti e rendono difficoltosa l’assimilazione di questo minerale. Una dieta ricca di verdura e frutta e dunque alcalinizzante come la paleodieta, proteggerebbe invece dall’osteoporosi. Inoltre un bicchiere di succo d’arancia ha quasi la stessa quantità di calcio (però assorbibile) che ha un bicchiere di latte. Basta provare poi a vedere il contenuto di calcio di vari vegetali per sfatare il mito. In fondo cosa mangia una mucca per produrre calcio?
– L’uomo di sarebbe nel tempo adattato al consumo di latticini e/o di cereali. L’elevata diffusione di intolleranze al latte e al glutine induce a rendere poco credibile questa ipotesi.

L’uomo del paleolitico mangiava molta più frutta e verdura di quella oggi consumata dall’uomo moderno. Inoltre tali alimenti permettevano di arrivare ad un’ingestione media di fibre pari a 100 g al giorno. Le fibre incoraggiano anche la perdita di adipe riducendo l’indice glicemico dei carboidrati ingeriti. Questo porta ad un minore rilascio di insulina e di conseguenza ad una minore sintesi dei grassi.
Una nota a proposito dei legumi, doverosa in quanto vi è confusione in merito: la vera dieta paleolitica prevede anche l’utilizzo dei legumi e chi afferma il contrario si sta rifacendo a qualcosa d’altro. L’uomo del paleolitico si cibava anche di semi, bacche e baccelli: e allora, che cosa sono, e cosa è contenuto nei baccelli di fave, piselli, fagiolini, etc?
L’ampia varietà di frutta, vegetali e semi consumata dalle prime società di cacciatori e raccoglitori conteneva una quantità di vitamine, sali minerali e antiossidanti naturali cinque volte maggiore di quella che tipica odierna. Per chi si chiedesse “Ma.. e i carboidrati?” va chiarito che i carboidrati sono contenuti, anche se in una quantità minore (il che è decisamente un bene) in frutta e verdura, che in questa forma vengono assorbiti più lentamente e, soprattutto, che sono qui associati a nutrienti inesistenti nei derivati dei cereali (soprattutto se raffinati!). Questi alimenti tendono a incrementare i valori dell’insulina nel sangue, favorendo l’insorgere di patologie collegate alla resistenza all’insulina (come, ad esempio, le patologie cardiache e il diabete).
Per meglio chiarire, sono qui necessarie due parole sui “carboidrati  A.I.G.  (ad alto indice glicemico) detti anche “ad alta densità”. Questi sono responsabili del rapido innalzamento della concentrazione di glucosio nel sangue (glicemia), evento che scatena il meccanismo perverso dell’insulina. Questa tipologia di carboidrati si trova negli alimenti che hanno un indice glicemico elevato (superiore a 60 – 70). Il fattore “indice glicemico” è un recente metodo che indica le potenzialità di “stimolazione insulinica” di un dato alimento e  ha reso obsoleto (i quanto meno importante) il concetto di “caloria” nelle diete.  Poiché all’interno di ogni categoria di alimenti le variazioni dell’indice glicemico sono molto limitate, la gestione di questo parametro risulta più semplice di quanto possa sembrare.
Esistono poche eccezioni, facili da ricordare, che occorre conoscere per evitare errori.
La frutta, la verdura, i cereali integrali, hanno in generale un indice glicemico basso.
I cereali raffinati, i tuberi, lo zucchero (saccarosio, glucosio), i dolci, le bevande zuccherate hanno un indice glicemico alto.

Dei seguenti alimenti è importante limitarne al massimo il consumo e non assumerli da soli.
Zucchero
Snacks a base di cereali e amidacei raffinati (riso soffiato, patatine fritte in sacchetto, wafer, cornflakes)
Dolci e torte (biscotti, merendine, etc.)
Bevande zuccherate (bevande gasate, bevande “estive”, etc.)
Alimenti contenenti “zucchero” o “sciroppo di glucosio” negli ingredienti
Pane bianco, Pasta,  Patate…

Leggere gli ingredienti riportati per legge sull’etichetta dei prodotti e ordinati secondo la quantità presente:  Se negli ingredienti la dicitura “zucchero” o “sciroppo di glucosio” è ai primi posti, evitare di inserire quell’alimento nella dieta abituale, o limitarne fortemente le quantità.

Esistono alcuni accorgimenti per rallentare la digestione di questi alimenti e quindi abbassarne l’indice glicemico: basta associarli ad altri alimenti contenenti proteine o grassi, che ne rallentano  l’assimilazione. I carboidrati AIG non andrebbero mai assunti da soli: in teoria fa meno male un pezzo di torta alla fine di un pasto, piuttosto che una bevanda zuccherata a stomaco vuoto (questo con riferimento solo alla sollecitazione ormonale, come combinazione alimentare andrebbe evitata).
Il primo passo è comunque sicuramente quello di abituarsi ad utilizzare poco zucchero, e di sostituire il saccarosio (zucchero comune) con il fruttosio (indice glicemico pari a 23 contro 67 del saccarosio). Esistono poi molti altri dolcificanti naturali. come la stevia per esempio.
Eliminare completamente le bevande zuccherate (bevande gassate, succhi di frutta, etc.). In un ottica di perfezionismo, poi, bisognerebbe, abituarsi a bere solo acqua.
Occorre anche dire che l’alcool è presente in piccole quantità anche nella frutta molto matura e che sta cominciando a fermentare. Questo ha fatto si che l’uomo sia adattato all’ingestione di questo prodotto della digestione dei batteri (un autore chiama l’alcol addirittura “urina dei batteri”) . In questa ottica anche se il vino, essendo derivato da frutta fermentata, è un alimento adatto all’uomo. Inoltre il vino, ma solo quello rosso, è ricco in resvenatrolo, una sostanza che ha dimostrato di combattere l’invecchiamento con gli stessi effetti di una dieta ipocalorica (attualmente l’unica dimostratasi in grado di rallentare tale processo).

Nell’alimentazione tipica dell’era paleolitica, inoltre, era spesso, anche se non sempre, presente una importante componente proteica, generalmente superiore a quella consigliata oggi.
La fonte proteica per l’uomo primitivo differiva però in misura significativa da quanto mangiamo oggi. La carne era selvaggina magra, più povera e molto diversa nella composizione dei grassi rispetto alle carni di oggi. Inoltre tale alimento era  ricco di grassi omega-3, oggi quasi assenti nelle carni degli animali allevati a mangime (netta differenza con quelli cresciuti liberi). I grassi sono comunque una componente essenziale ed importante della dieta paleolitica. Senza ovviamente esagerare, paleolitico non è sinonimo di “eccesso”…

Una nota sul come l’alimentazione influenza il carattere, fatto che oggi le ricerche scientifiche confermano. Il testo Sugar Blues parla in maniera estesa di come l’eccesso di zuccheri alteri il comportamento, l’umore, etc, ma basta qui una sintesi proveniente dalla dott. Eva Campo, dietologa: “Molti studi eseguiti anche in istituti di detenzione per minorenni hanno confermato che la sostituzione di dolciumi, bevande industriali, pane, riso, pasta bianchi con frutta e verdura fresche, semi oleosi, formaggi, pane, riso, pasta integrali ha dimezzato il numero di comportamenti antisociali, l’iperattività, la violenza e gli atti di vandalismo. Si ritiene che la causa principale dei problemi originati dallo zucchero e da altri carboidrati raffinati sia una carenza cronica di sali minerali come ferro, fosforo, magnesio e zinco, indispensabili proprio per il metabolismo del glucosio. Sempre negli stessi ambienti della criminalità giovanile si è voluto affrontare un altro problema alimentare. Si è notato infatti che insieme a un eccessivo consumo di carboidrati raffinati e di additivi alimentari si verificava un alto consumo di grassi e di proteine animali. Si è sperimentata una modifica nel modello alimentare ridimensionando l’introduzione di proteine e grassi animali e dando maggiore spazio ai carboidrati complessi e non raffinati. I risultati ottenuti sono stati abbastanza vistosi: minore aggressività, maggiore capacità di concentrazione e applicazione prolungata.” (E. Campo, “Nutrire il Cervello”).

Come è possibile mangiare alla  “maniera paleolitica”  e trarne benefici simili?  Semplicemente eliminando (o mangiando meno) gli alimenti “neolitici” ai quali l’uomo non si è geneticamente adattato. Anche se spesso si confonde una “Dieta del Paleolitico” con una dieta semplicemente iperproteica.

La “storia della dieta”

Altri alimenti da evitare

Oltre agli alimenti naturali ma apparsi tardi sulla scena evolutiva, tra quelli da evitare ci sono soprattutto gli alimenti legati a processi produttivi innaturali, come ad esempio i grassi trans sono i peggiori grassi in assoluto. I grassi trans, ossia i “grassi parzialmente idrogenati”, non esistevano nell’Età della Pietra, ma a prescindere da questa filosofia,  non dovrebbero comunque nemmeno entrare a fare parte di una dieta moderna, per quanto discutibile. I grassi saturi contenuti in una bistecca fanno meno male degli acidi grassi trans contenuti in una porzione di patatine fritte (ricche anche, come tutti gli amidi cotti ad alta temperatura, della pericolosa acrillammide, che recenti studi hanno classificato come un potente cancerogeno) .

Quantità di Acrilammide contenuta negli alimenti
Alimento – microgrammi per chilo di prodotto (min – max)
Patate fritte: 50 – 3.5OO
Biscotti, cracker, toast, pane tostato: 30 – 3.200
Cereali per colazione: 30 – 1346
Prodotti da forno: 50 – 450
Caffè macinato: 170 – 230
Cacao in polvere: 50 – 100
Pollame impanato o in pastella: 39 – 64
Pesce impanato o in pastella 30 – 39

Altro argomento importante è quello sul latte, per il quale si rimanda però, vista la consistenza, alla apposita sezione “LATTE  E  DERIVATI“.

Altra considerazione sulla carne di maiale, alimento oggi diffusissimo e relativamente economico.
Mangiando carne di maiale ingeriamo un elevato tasso di mucopolisaccaridi presenti in una grande quantità di strutture del tessuto connettivo dell’animale, e che, una volta dentro il nostro organismo, si dirigono soprattutto verso quei luoghi a cui biologicamente appartengono (per alcuni la spiegazione risiede nel fatto delle forti analogie con i tessuti del corpo umano, non a caso si pensa al maiale come incubatrice di organi umani per il trapianto!). Il Dr. Reckeweg ricorda i rammarichi dei suoi pazienti quando venivano informati di dover rinunciare a questa carne: “Però, dottore, è così buona!”. Il Dr. Hoffmann, psichiatra, afferma che chi “gode” di questa carne inventa tutti i tipi di scuse per continuare a mangiarla (come succede spesso anche per il tabacco, l’alcool ed il caffè). Sembra che gli ormoni sessuali del maiale giocano un ruolo importante nella valorizzazione della sua carne, il maiale maschio viene sterilizzato molto prima della macellazione per poter utilizzare una carne che altrimenti risulterebbe non commestibile per il suo cattivo odore. Reckeweg lamenta che l’azione di questi ormoni non sia stata studiata sufficientemente, perché sospetta la loro azione cancerogena. I maiali non vivono molti anni. In primo luogo perché la loro età biologica è limitata a pochi anni, e poi, perché vengono creati per essere uccisi intorno ai sei anni al massimo. Come sanno perfettamente gli esperti di allevamento, se i maiali vivono più di sei anni sviluppano inevitabilmente qualche tipo di tumore. Secondo il Dr. Reckeweg, i comuni meccanismi fisiologici di eliminazione e disintossicazione che possediamo (urina, pelle, tubo digerente, ecc.) non entrano in funzione quando consumiamo carne di maiale, cosicché il nostro organismo reagisce con meccanismi di eliminazione patologici, vale a dire, con infiammazioni di vario tipo. Nel caso in cui la quantità di carne ingerita non sia oltremodo eccessiva, possono non presentarsi infiammazioni, ma potrà comparire nel nostro tessuto connettivo un deposito di elementi mucillaginosi e grassi che conduce ad un’obesità caratteristica: torace cilindrico (nei consumatori abituali di carne insaccata), depositi nelle gambe e nelle braccia (soprattutto nei consumatori dei vari tipi di prosciutto). Ora, se il sovraccarico che rappresenta per la salute il consumo ripetuto di carne di maiale, raggiunge un valore ancora più elevato in modo tale che i depositi del nostro organismo si trovino saturi e i meccanismi fisiologici di disintossicazione non bastino, allora il nostro corpo reagisce – come ultimo tentativo – con processi infiammatori. Questo succede specialmente se a tutto ciò si aggiunge un sistema circolatorio periferico e centrale aggravato dal notevole deposito di sostanze mucillaginose e grasse apportate dal consumo di carne di maiale. Di quali processi infiammatori si tratta? Principalmente: foruncolosi, infezione carbonchiosa (specialmente sulla nuca e sulle spalle), ascessi ghiandolari (delle ghiandole sudoripare), appendicite e colecistite (infiammazione della cistifellea). Reckeweg racconta di numerosi casi osservati da lui stesso o citati dai colleghi, e inoltre sottolinea la predisposizione ad un futuro attacco apoplettico per i consumatori cronici di questa carne. Menziona anche la grande incidenza di “Ulcus cruris” (ulcera nelle gambe), molto frequente a Berlino, dove il consumo di “eisbein” (lo zampone) è molto elevato. Non potrebbe essere questo processo infiammatorio un ultimo sforzo dell’organismo per liberarsi da un eccesso di tossine? Non saranno forse le numerose reazioni infiammatorie del tessuto connettivo da parte distale della gamba, la valvola di sfogo che ci libera ed allo stesso tempo ci avverte di complicazioni più gravi? Il fatto è che, per quanto queste sofferenze vengono trattate con medicinali o processi fisici, la loro guarigione è difficile se il paziente non si decide a sopprimere la carne di maiale dalla propria dieta. Altre sofferenze cui possono essere soggetti i consumatori abituali di carne di maiale sono l’artrite e l’artrosi, Questo perché la solida e resistente sostanza che costituisce le nostre cartilagini si rammollisce – e viene in gran parte sostituita – nel momento in cui viene invasa dal tessuto connettivo mucillaginoso, proveniente dal maiale. In realtà, tutto il sistema di sostegno si infiacchisce rendendo l’individuo gonfio, pigro e poco agile. Anche le secrezioni vaginali di certe pazienti (leucorrea) vengono considerate meccanismi di eliminazione di tossine, la cui cura si risolve favorevolmente se vengono eliminati i veleni ed altri fattori aggravanti presenti nella carne di maiale.
La situazione tossica provocata dal consumo di carne di maiale è invece completamente ignorata dalla medicina ufficiale. Mentre dal punto di vista della Omotossicologia tutte le malattie devono essere considerate come un meccanismo difensivo del nostro corpo di fronte all’ azione delle tossine e veleni, sia microbici che metabolici. Se il nostro organismo si trova “maltrattato” al punto tale che i suoi meccanismi fisiologici di eliminazione non bastano o falliscono, e si trova a dover ricorrere a processi di eliminazione infiammatori (patologici). Il consumo di carne di maiale favorisce il diminuire della capacità di risposta biologica del nostro organismo e lo sviluppo di batteri e virus. Inoltre, se cerchiamo di combattere lo sviluppo microbico con antibiotici, i nostri meccanismi biologici di difesa smettono di funzionare e, alla lunga, diminuisce la loro capacità di risposta. L’unico modo di fortificare le nostre difese biologiche è appunto far lavorare biologicamente il nostro organismo. Anche il cinghiale è nocivo quanto il maiale, con l’unica differenza che il primo possiede una minore quantità di grassi. E’ risaputo, ad esempio che i cacciatori, una volta ucciso un cinghiale, devono squartarlo il più presto possibile perché altrimenti la sua carne diventa non commestibile per le caratteristiche tossiche che acquisisce, processo questo non necessario con gli altri animali da caccia.

3 semplicissime linee guida per vivere meglio:

1) Fare tanti piccoli pasti (ma piccoli davvero!) invece di pochi e abbondanti: si riduce così anche la stimolazione ormonale (es. insulinica) rispetto a quella provocata da pasti più abbondanti e concentrati. Meno peso e colesterolo, glicemia e trigliceridi più facili da controllare.

2) Dissociare, ovvero evitare pasti dove si mischia di tutto. In due parole:
– Evitare di mescolare proteine diverse tra loro (carne, pesce, legumi, uova, etc.).
– La frutta lontano dai pasti e sempre evitando l’associazione di tipi di frutta differente.
In questo modo ogni alimento potrà essere “elaborato” nel modo ad esso adatto, facilitando l’assorbimento di nutrienti e riducendo le tossine attraverso il miglioramento del processo tossiemico.

3) Attività fisica. Moderata va benissimo. Esasperata o Agonistica provoca uno stress dannoso. Ricordare inoltre che l’esercizio fisico più salutare è anche quello più semplice e meno impegnativo: camminare! (fonte www.paleodieta.it)

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