Archivi del mese: aprile 2011

Alimentazione: le fragole per controllare grassi e zuccheri

Nella nostra alimentazione vanno incluse anche le fragole, che svolgono una funzione utile per controllare i grassi e gli zuccheri assunti attraverso i cibi. Le fragole quindi svolgerebbero un ruolo di primo piano nel riuscire a contrastare l’azione del glucosio e dei lipidi, che vengono introdotti nell’organismo attraverso i pasti abbondanti di grassi e carboidrati.

Da questo punto di vista il consumo di frutta si rivela essenziale. Una recente ricerca scientifica ha scoperto che anche l’ananas aiuta a eliminare i grassi. Spesso capita che alla fine di un pasto ci sentiamo sazi e rinunciamo a mangiare la frutta. Si tratta di un’azione sbagliata, che non mira affatto al nostro benessere. Infatti i risultati di un’interessante ricerca pubblicati sul “Journal of the American College of Nutrition” hanno messo in evidenza che la frutta assunta dopo i pasti svolge un ruolo di primo piano nel contrastare l’azione dei grassi e degli zuccheri, che a lungo andare può provocare problemi di salute come il diabete, l’obesità e le malattie cardiovascolari.
 
In tema di alimentazione sono noti i benefici della frutta di stagione. In particolare sarebbero i frutti rossi a svolgere un’azione benefica nel controllare gli effetti negativi dei pasti ricchi di grassi. Il tutto grazie al fatto che questo tipo di frutta contiene molte molecole, come i polifenoli, in grado di svolgere un’azione antinfiammatoria e antiossidante. Le molecole in questione riescono a regolare la risposta ai radicali liberi, agendo direttamente su diversi tipi di recettori cellulari e di enzimi. Da ricordare anche in questo senso che la buccia della frutta fa bene.
 
Il segreto è saper scegliere la frutta di stagione, avendo cura di mangiare frutti di colore diverso, in modo da non far mancare all’organismo tutti i composti di cui ha bisogno. (fonte www.tantasalute.it)

Patatine fritte e caffè: pericolo acrilammide

Troppo elevata la presenza di acrilammide nelle patatine ma anche in caffè e orzo solubile. C’è poco da scherzare su una sostanza notoriamente cancerogena e genotossica
Attenzione all’acrilammide nel cibo. Ce n’è ancora troppa in patatine fritte, biscotti, caffè torrefatto e pane morbido e le misure volontarie sviluppate dall’industria per ridurne i livelli negli alimenti non sono stati pienamente soddisfacenti. “Le patate fritte (comprese le patate fritte a bastoncino), il caffè torrefatto e il pane morbido sono stati individuati come i prodotti che maggiormente contribuiscono all’esposizione all’acrilammide negli adulti.
Le patate fritte, le patatine, i biscotti e il pane morbido sono stati identificati come i principali responsabili dell’esposizione negli adolescenti e nei bambini”. Sono le conclusioni cui è giunta l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha pubblicato una relazione sui livelli di acrilammide nei prodotti alimentari.
Il documento comprende una valutazione dell’esposizione per stimare l’assunzione di questa sostanza da parte di gruppi di popolazione di età diverse (adulti e bambini) nonché l’assunzione dei prodotti che maggiormente contribuiscono all’esposizione all’acrilammide nelle diete dei consumatori europei. La relazione si basa sui dati presentati dagli Stati europei tra il 2007 e il 2009.
Un passo indietro: l’acrilammide è un composto chimico che si forma nei prodotti amidacei durante la cottura a temperature elevate, come frittura, cottura al forno e alla griglia. Nel 2005 l’Efsa aveva sottolineato che “l’acrilammide poteva rappresentare una potenziale preoccupazione per la salute, in quanto sostanza notoriamente cancerogena e genotossica (in altre parole può causare danni al materiale genetico delle cellule)”. A seguito di una raccomandazione della Commissione europea del 2007, gli Stati membri sono tenuti a svolgere controlli annuali sui livelli di acrilammide e presentare i dati all’Efsa affinché siano valutati e inseriti in una relazione annuale. La più recente relazione di questo tipo, che mette a confronto i dati presentati nel 2009 con quelli precedenti relativi al 2007 e al 2008, include anche una stima dell’esposizione all’acrilammide in diversi gruppi di età in Europa.
Confrontando i dati del 2007 con quelli del 2009, si è potuta rilevare una tendenza verso un abbassamento dei livelli di acrilammide soltanto in 3 gruppi di alimenti su 22 (nei crackers, nei biscotti per l’infanzia e nel pan di zenzero). Durante i tre anni di monitoraggio si è riscontrato che i livelli di acrilammide sono aumentati nei crackers di tipo svedese e nel caffè istantaneo. I livelli medi più elevati di acrilammide sono stati rilevati in alimenti quali le patatine e i succedanei del caffè, tra cui le bevande simili al caffè a base di cicoria o di cereali come l’orzo.
Come era già stato sottolineato nelle precedenti relazioni, per l’Efsa “è possibile concludere che le misure volontarie sviluppate dall’industria per ridurre i livelli di acrilammide negli alimenti abbiano ottenuto un successo solo parziale. Per abbassare l’esposizione complessiva, sarebbe auspicabile – consiglia l’Autorità – ridurre ulteriormente i livelli di acrilammide presenti nei gruppi di alimenti che contribuiscono in misura maggiore all’esposizione a tale sostanza”.

Le Banane aiutano a prevenire l’Ictus

Le Banane sono particolarmente efficaci nella prevenzione dell’ictus, che rappresenta la terza causa di morte nel mondo, dopo malattie cardiache e tumori. Nel nostro Paese, si registrano circa 130 mila nuovi casi di ictus all’anno.
A scoprire l’utilità delle banane nella prevenzione dell’ictus è uno studio revisionale basato sui dati di 11 ricerche mediche svolte negli anni Sessanta del secolo scorso e pubblicato sulla rivista Journal of American College of Cardiology. Lo studio è stato realizzato da un team di esperti composto da ricercatori dell’Università di Napoli e dell’Università di Warwick, in Gran Bretagna.

Perché le Banane riducono il rischio di Ictus?

I ricercatori sono giunti alla conclusione che tre banane al giorno, preferibilmente consumate durante i tre principali pasti della giornata, possono ridurre del 21% le probabilità di essere colpiti da un ictus. Il merito è del potassio, un sale minerale prezioso per il nostro organismo perché, oltre a provvedere all’equilibrio dei liquidi, contribuisce anche a tenere sotto controllo la pressione sanguigna. E, come noto, la pressione alta rappresenta il maggior fattore di rischio per l’ictus.
I ricercatori sostengono che bastino 1600 mg giornalieri di potassio per ridurre di oltre un quinto il rischio di andare incontro ad una interruzione dell’afflusso di sangue al cervello. Mediamente, una banana contiene 500 mg di potassio. Quindi, con tre banane si ottiene l’apporto quotidiano di potassio che gli studiosi considerano sufficiente per ridurre il rischio di ictus.

L’equipe di ricercatori sottolinea che, essendo importante assumere potassio indipendentemente dalla fonte alimentare, chi non ama molto le banane, oppure segue regimi dietetici che non consentono un ampio consumo di questo frutto, può trovare buone quantità di questo sale minerale nelle noci, negli spinaci, nelle lenticchie, nelle patate, nei cereali integrali, nelle carote, negli asparagi, nel pesce e negli aromi (soprattutto basilico, prezzemolo e aneto).

Anche Curcuma e Ginseng utili contro l’Ictus

Lo scorso Febbraio, i ricercatori del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles hanno scoperto che la Curcuma potrebbe essere in grado di contribuire a riparare i danni al tessuto cerebrale provocati dall’ictus.
Sono stati effettuati studi su cavie da laboratorio colpite da ictus. Negli animali cui è stato somministrato un farmaco ottenuto dalla curcumina, sostanza che si estrae dalla curcuma, si è evidenziata una ripresa dei percorsi neurali danneggiati dall’ictus. Gli studiosi si sono dichiarati molto soddisfatti dei risultati della ricerca, sottolineando che saranno però necessari ulteriori approfondimenti per verificare gli effetti dei farmaci ottenuti dalla curcumina su esseri umani.

Molto recente è anche uno studio realizzato dalla Tonji University School of Medicine, in Cina, e pubblicato sulla rivista “Ethnopharmacology”. I ricercatori cinesi hanno voluto verificare scientificamente la fondatezza  di una delle doti che la tradizione attribuisce al Ginseng: l’azione protettiva nei confronti del sistema nervoso centrale. Pertanto, sono stati testati alcuni topi colpiti da ictus di tipo ischemico, ai quali è stato somministrato il Ginsenoside Rb1 (GRb1), una proteina presente nel ginseng. La sostanza in questione si è dimostrata capace di favorire la ripresa delle funzioni neurologiche e di produrre un incremento del numero di cellule staminali neurali, deputate alla formazione di nuovi neuroni.
Anche in questo caso, gli scienziati non nascondono un certo ottimismo sugli esiti della ricerca. Secondo gli studiosi cinesi, infatti,  i test effettuati hanno confermato gli effetti neuroprotettivi della proteina GRb1 nei confronti dell’ictus ischemico e potrebbero rappresentare il punto di partenza per la messa a punto di nuovi trattamenti terapeutici per altre malattie neurodegenerative, come il morbo di Parkinson e quello di Alzheimer. (fonte www.megliosapere.info)

Dimagrire con i pistacchi

In tema di alimentazione occorre sottolineare che non tutti grassi di pistacchi sono assorbiti. Per questo, anche se questi gli alimenti possono sembrare piuttosto ricchi di calorie, in realtà una ricerca portata avanti dagli studiosi del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha messo in evidenza che non bisogna temere per quanto riguarda gli effetti che i pistacchi hanno sulla linea.

In materia di diete è stato dimostrato che il pistacchio è anticolesterolo. Esso è in grado di apportare numerosi benefici alla nostra salute, senza determinare particolari problemi per quanto riguarda l’accumulo di grassi. Tutto ciò è stato dimostrato da uno studio che ha coinvolto 16 persone, le quali sono state invitate a seguire una dieta quotidiana che comprendeva anche dei pistacchi. In questo modo si è potuto riscontrare che il valore energetico della frutta secca mangiata era di poco inferiore a quanto era stato calcolato in partenza.
 
Da ciò gli studiosi hanno dedotto che il grasso che è contenuto nei pistacchi non viene digerito o assorbito del tutto dall’organismo. La ricerca inoltre ha confermato che, se ogni giorno mangiamo dai 43 agli 85 grammi di pistacchi, abbiamo un rischio minore incorre nelle patologie cardiovascolari. Possiamo dire a buon diritto quindi che il pistacchio rientra fra quei cibi su cui si deve basare la nostra alimentazione in vista della salute del cuore.
 
Se dopo Pasqua gli Italiani si ritrovano con circa un chilo in più che minaccia il loro peso forma, possono includere nella loro dieta anche i pistacchi, in modo da seguire un’alimentazione corretta e che miri al nostro benessere. (fonte /www.tantasalute.it)

Peperoncino: blocca la fame e riduce le calorie

peperoncino blocca fame calorieUno studio statunitense, ha scoperto che il peperoncino rosso ha la capacità di bloccare la fame e di ridurre le calorie. Infatti, pochissime quantità di peperoncino possono ridurre l’appetito, aiutare la digestione del cibo e l’assorbimento dei nutrienti. Questa importante capacità è ottimizzata se la spezia non viene consumata abitualmente e pura, invece che in capsule.

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Purdue University di West Lafayette, in Indiana (Usa), e guidati dai dottori Richard Mattes e Mary Jon Ludy. La ricerca, pubblicata su Physiology & Behavior, è stata eseguita su 25 volontari, sani e non in sovrappeso. Alcuni di questi (precisamente 13) erano abituali consumatori di peperoncino, tanto che la quantità sopportata era di 1,8 grammi. Invece, i volontari non abituati all’assunzione di tale spezia sopportavano circa 0,3 grammi.
 
Alla fine dello studio, i ricercatori hanno valutato come in tutti i volontari la temperatura interna era aumentata favorendo la combustione del cibo, l’assorbimento delle sostanze nutrienti, con riduzione dell’appetito. Questa grande capacità del peperoncino si affievolisce man mano che l’organismo si abitua alla spezia. Gli studi, comunque, continueranno per confermare questa capacità e i tempi dell’effetto provocato. (fonte /www.tantasalute.it/)

Servono più cereali integrali nella dieta, dicono i nutrizionisti, ma gli italiani non lo sanno

In base alle raccomandazioni dietetiche internazionali, l’alimentazione quotidiana dovrebbe prevedere alcuni pilastri irrinunciabili: 5 porzioni di verdura e frutta (3+2), 2 litri d’acqua (anche assunta attraverso i cibi), l’uso di olio extravergine d’oliva e la sostituzione di buona parte (l’ideale sarebbe la metà) dei cereali raffinati (pane, pasta, riso, fette biscottate, dolci e alimenti per la prima colazione) con i loro omologhi integrali (vedi tabella alla fine del pezzo). Ma se i primi tre consigli sono ormai ampiamente risaputi – anche se non necessariamente seguiti – il quarto è poco noto, oltre che ovviamente disatteso.

Una ricerca pubblicata nell’Osservatorio ADI Nestlé 2010, e presentata il 6 aprile al 5° Forum Internazionale di nutrizione pratica Nutrimi 2011 a Milano, ha messo in luce come oltre tre quarti degli italiani siano ben lontani dalle raccomandazioni dietetiche sul consumo di cereali integrali e che oltre la metà non ne conosce nemmeno i vantaggi per la salute (vedi box alla fine del pezzo). 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) consiglia di aumentare il consumo di cereali integrali per contrastare l’obesità, le malattie cardiovascolari e il diabete. E in Italia lo stesso suggerimento arriva da LARN e Linee Guida INRAN, per la loro ricchezza di fibra.

Spiega Franca Marangoni, farmacologa e direttore di ricerca del centro studi sull’alimentazione Nutrition Foundation of Italy (NFI): «Il consumo dei cereali integrali nei paesi occidentali si è progressivamente ridotto negli ultimi 50 anni, fino a diventare quasi insistente, per la raffinazione delle farine: gli alimenti moderni sono di conseguenza poveri di fibre – il costituente più conosciuto dei cereali integrali – ma anche di altre componenti nutrizionali importanti.

Le linee guida della Società di nutrizione umana stabiliscono che per incrementare l’introito di fibra (il valore considerato ottimale è di 30 g/die) metà della porzione di cereali mangiati quotidianamente dovrebbe essere costituita da cereali integrali».

Quali sono i vantaggi dimostrati per la salute?

 «Negli ultimi dieci anni sono stati condotti molti studi di lunga durata (alcuni di 8-13 anni) che hanno coinvolto migliaia di adulti e bambini, pubblicati sulle più importanti riviste mediche internazionali. Questi, e le relative metanalisi (ossia le ricerche che valutano la coerenza dei risultati complessivi di più studi con lo stesso fine), dimostrano che un maggiore consumo di cereali integrali si associa:

1) ad abitudini alimentari più sane nel complesso (la dieta è più completa di nutrienti, compresi vitamine e minerali, e varia);

2) minor rischio di malattie cardiovascolari (il 20% per cento di probabilità in meno);

3) migliore controllo dell’aumento di peso fisiologico (quello cui andiamo tutti incontro dai 40 anni in su, per le modifiche del metabolismo) e quindi minore rischio di soprappeso e obesità;

4) rischio inferiore di ammalarsi di diabete;

5) migliore composizione del grasso corporeo: chi consuma cereali raffinati ha più grasso viscerale, quello sul girovita, maggiormente associato alle malattie cardiovascolari.

A quali componenti dei cereali integrali si devono questi benefici?

«Rispetto a quelli raffinati sono notoriamente più ricchi di crusca e fibra. Quest’ultima è di due tipi: la fibra insolubile, che agisce soprattutto sulla funzionalità dell’intestino, e quella solubile, che invece ha effetti più complessi, per esempio modula l’assimilazione del glucosio, “la benzina” che serve all’organismo per funzionare.

Ma i cereali integrali contengono anche più grassi, minerali e vitamine e numerose altre sostanze bioattive dagli specifici effetti: per esempio, fructani, acidi fenolici, flavonoidi, colina, associati al controllo del peso; oppure l’acido alfa-linolenico, i tocoferoli, il beta-carotene, i fitosteroli che invece hanno un ruolo nella protezione del sistema cardiovascolare».  

Arricchire la dieta con integratori di fibra non basta?

«Gli effetti sulla salute sono il risultato di interazioni complesse tra i nutrienti contenuti all’interno dell’alimento: è difficile ipotizzare di ottenere lo stesso risultato sostituendo alimenti a base di cereali integrali con integratori in pillole.

Una ricerca americana durata 5 anni su 13mila soggetti che hanno mangiato da 0 a oltre 3 porzioni alla settimana di cereali integrali ha scoperto che il gruppo dei maggiori consumatori aveva un indice di salute (per qualità della dieta e assunzione di macro e micro nutrienti importanti) assai più alto rispetto agli altri, anche a parità di calorie consumate: la dieta è più ricca di fibra, apporta meno colesterolo e grassi saturi (dannosi per la circolazione) e più polinsaturi (benefici per le arterie). La salute, insomma, dipende da un’alimentazione globalmente migliore, non dall’assunzione o meno di una pillola».

Mariateresa Truncellito

L’IDENTIKIT DEL CONSUMATORE: DONNA, GIOVANE, NON TROPPO INFORMATA

Secondo una ricerca Food Monitor – Gpf del 2010, se nel 1984 alla domanda “faccio uso di alimenti integrali”, rispondeva sì il 18,8%, oggi siamo al 23,5%. Dopo un decennio in calo (nel 2005 la percentuale di sì era del 11,7%). C’è stata quindi una crescita, ma non molto significativa.

Uno studio effettuato da ALES Market Research pubblicata nell’Osservatorio ADI 2010 sui cereali per la prima colazione, mostra che questo è il pasto in cui sono più utilizzati (29% delle donne e il 19% degli uomini, mentre il 17% e il 5% rispettivamente lo fa in altri momenti della giornata). Le maggiori consumatrici sono le più giovani: il 33% ha tra i 18 e i 24 anni, mentre dai 35 anni in poi il consumo cala decisamente.

Quasi la metà degli intervistati non conosce la differenza tra cereali integrali e raffinati. Chi lo sa, cita come principale distinguo il contenuto di fibre (85%), la naturalità (65%) o il contenuto di crusca (61%). Quanto ai benefici per la salute, la risposta maggiormente data è “favoriscono il transito intestinale” (73%), seguita da “contribuiscono alla salute del tratto gastrointestinale” (46%) e “a prolungare il senso di sazietà” (33%). Solo il 16% indica l’effetto positivo sulla salute del sistema cardiovascolare.

Interessante anche la risposta alla domanda “In quali alimenti si trovano”: il 79% ha scelto “Nei prodotti che dichiarano in etichetta “con cereali integrali”. Ma c’è anche un 4% che crede che si trovano “In tutti i tipi di pane”.

Ultimo elemento, il gusto: circa 1/5 di coloro che consumano cereali raffinati o non consumano affatto cereali, ritengono che il gusto dei cereali integrali sia meno buono.

QUALI SONO I CEREALI E LE PREPARAZIONI INTEGRALI?

CEREALE   INTEGRALE   NON INTEGRALE
Frumento   Bulgur, farina integrale,

farina integrale di grano

duro (per la pasta),

farro, grano saraceno

   Couscous, farina bianca,
cereali da colazione soffiati,

germe di frumento, crusca,

tortillas di farina bianca

Avena   Avena integrale,

fiocchi d’avena

integrale, porridge

  Farina d’avena
Orzo   Orzo integrale, orzo

mondato, orzo nudo

  Orzo perlato, fiocchi d’orzo,

farina d’orzo

Riso   Riso bruno, riso selvaggio   Riso bianco, farina di riso
Mais   Mais integrale, popcorn,

tortillas di mais integrale

  Semolino di granturco, polenta,

farina di granturco a grana grossa

(fonte www.ilfattoalimentare.it)

La dieta mediterranea e la nuova piramide alimentare

Il primo a intuire la connessione tra alimentazione e malattie del ricambio, quali diabete, bulimia, obesità, fu, nel 1939, il medico nutrizionista italiano Lorenzo Piroddi, considerato il “padre” della dieta mediterranea. Qualche anno dopo lo scienziato americano Ancel Keys si fece promotore dell’ampio programma di ricerca noto come Seven Countries Study. Keys aveva notato una bassissima incidenza di malattie delle coronarie presso gli abitanti di Nicotera e dell’isola di Creta, nonostante l’elevato consumo dei grassi vegetali forniti dall’olio d’oliva, e avanzò l’ipotesi che ciò fosse da attribuire al tipo di alimentazione caratteristico di quell’area geografica. In seguito a questa osservazione prese l’avvio la famosa ricerca “Seven Countries Study”, basata sul confronto dei regimi alimentari di 12.000 persone, di età compresa tra 40 e 59 anni, sparse in sette Paesi del mondo (Finlandia, Giappone, Grecia, Italia, Olanda, Stati Uniti e Jugoslavia). I risultati dell’indagine non lasciarono dubbi: la mortalità per cardiopatia ischemica (infarto) è molto più bassa presso le popolazioni mediterranee rispetto a Paesi, come la Finlandia, dove la dieta è ricca di grassi saturi (burro, strutto, latte e suoi derivati, carni rosse). Ancel Keys, e altri scienziati che presero parte al “Seven Countries Study”, proseguirono i loro studi a Nicotera (Vibo Valentia), Crevalcore (Emilia), Montergiorgio (Marche). A Pioppi (Pollica), nel Cilento, Keys continuò a vivere per oltre 40 anni. Visse 100 anni, come migliore riprova delle sue teorie. È stato insignito nel 2004 della medaglia al merito alla salute pubblica dello Stato Italiano. Il 16 novembre 2010, l’Unesco ha incluso la dieta mediterranea tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità.

I benefici della dieta mediterranea possono essere così riassunti:

1.Bassa incidenza di cardiopatia coronarica;

2.Riduzione del colesterolo totale e del colesterolo LDL;

3.Bassa incidenza di cancro al colon;

4.Bassa incidenza di neoplasia mammaria;

5.Riduzione dell’obesità;

6.Minore incidenza di diabete, infarto, aterosclerosi, ipertensione e malattie digestive.

Nel corso dei decenni questo regime alimentare è stato attentamente studiato, e sebbene sicuramente rappresenti indubbi vantaggi salutistici rispetto ad altri regimi, non è esente da difetti e difatti è stato sottoposto a critiche e dubbi sostanziali.

In particolare:

1) Non tutti i grassi hanno le stesse valenze nutrizionali. Nella piramide tutti i grassi venivano collocati verso l’apice. Invece, solo i grassi saturi (per lo più di origine animale, come il burro), dovrebbero mantenere questa posizione, mentre i grassi di origine vegetale dovrebbero essere collocati verso la base della piramide, prevedendone il consumo quotidiano.

2) La classica differenziazione tra carboidrati semplici e carboidrati complessi, non è la più adeguata per una scelta corretta, perché non tutti i carboidrati hanno le stesse valenze nutrizionali. I carboidrati complessi come pane, pasta e riso, collocati alla base della piramide, dovrebbero essere relegati all’apice della piramide stessa! Si tratta di un sovvertimento radicale, in quanto un gruppo di alimenti che prima rappresentava la base dell’alimentazione quotidiana, viene invece classificato come “consumare in maniera limitata”. La differenziazione tra queste due categorie è dovuta alla loro differente propensione a rilasciare glucosio nel sangue (indice glicemico).

Alla luce di queste considerazioni, scienziati del Mediterraneo ed esponenti d’istituzioni internazionali si sono confrontati sull’evoluzione della dieta mediterranea e hanno elaborato la nuova piramide alimentare per la dieta mediterranea moderna. La nuova piramide è poi integrata da uno zoccolo inferiore che sottolinea l’esigenza di svolgere quotidianamente un adeguato livello di attività fisica e presenta, come suggerimento esterno, l’indicazione ad un minimo consumo di alcool e a supplementi di integratori vitaminici e minerali.

In sommario:

1.poca carne e tanti vegetali;

2.meno cereali raffinati e derivati e più cibi a basso indice glicemico (cereali integrali);

3.Utilizzare spesso grassi “buoni” (olio d’oliva extravergine, pesce, frutta secca oleosa con guscio, come noci, mandorle, pinoli…);

4.Insaporire ed esaltare gli aromi con abbondante uso di erbe aromatiche piuttosto che con intingoli complessi;

5.Mantenete un buon ritmo fame-sazietà: meglio tanti piccoli e semplici pasti nell’arco della giornata;

6.Variare gli alimenti nell’arco della settimana;

7.Bere molto (1.5-2 litri di acqua al giorno, spesso e in piccole quantità. Limitare le bevande gassate e dolci);

8.Dolci con parsimonia (ci si può concedere un paio di piccole porzioni alla settimana di dolci semplici e non elaborati).

Le nostre considerazioni finali sono in linea con le conclusioni dei ricercatori: sicuramente questa nuova piramide è più vicina ad una alimentazione ideale che rispetti la salute dell’uomo e del pianeta. Alimentarsi in questo modo non significa solo ridurre drasticamente il rischio delle malattie coronarie, del diabete ecc., ma soprattutto sperimentare un più alto livello di benessere, salute ed energia vitale. (font www.riflessioni.it/)

Olio di Argan: il Prezioso Oro del Deserto

Utilizzato da sempre dalle popolazioni berbere per mantenere la pelle morbida, elastica e luminosa, l’olio di argan è anche un potente alleato per mantenere la salute dell’organismo

L’olio di argan è un olio vegetale, tra i più rari e preziosi del mondo.

Se assunto per uso interno è fonte di importanti principi nutritivi con proprietà antiossidante come gli omega-3 e la vitamina E.

Se applicato esternamente svolge un’azione nutriente e rassodante e ciò lo rende un vero e proprio elisir di bellezza per la pelle, soprattutto quella secca. La pelle secca, infatti, è più sensibile e più soggetta alle screpolature, alle rughe, alle smagliature e alle irritazioni, in quanto il naturale equilibrio idrolipidico risulta alterato. Come conseguenza, il tessuto cutaneo perde elasticità, compattezza e tono. Sbalzi di temperatura, smog, vento, l’aria secca degli ambienti climatizzati o riscaldati sono i nemici della pelle, ne ostacolano la capacità di rigenerarsi e provocano il precoce invecchiamento cutaneo.

L’olio di argan contiene più dell’80% di acidi grassi insaturi (linoleico 34%, linolenico 0,1% e oleico 46%), mentre tra i saturi, i componenti maggiori sono l’acido palmitico 13% e stearico 5%.

Questo olio vegetale è ricco di tocoferoli (tra cui il più abbondante è il γ-tocoferolo), di flavonoidi, carotenoidi e xantofille, steroli e triterpeni. Si tratta di principi attivi che forniscono nutrimento ai tessuti e ne contrastano la perdita di elasticità, prevenendo l’insorgenza delle rughe. La vitamina E, in esso contenuta, contrasta l’ossidazione degli acidi grassi, prevenendo così il precoce invecchiamento cutaneo. Infine i fitosteroli (schottenolo e spinasterolo) quasi assenti negli altri semi oleosi, svolgono un’azione lenitiva su pelli irritate, arrossate e screpolate, riducendo la sensazione di prurito.

Olio di argan: uso interno

Questo prezioso olio contribuisce anche a tenere sotto controllo i livelli ematici di colesterolo (LDL), protegge l’organismo dall’azione dei radicali liberi che provocano l’invecchiamento cellulare. Inoltre, l’olio di argan svolge un’azione preventiva rispetto alle malattie reumatiche e cardiovascolari e stimola le capacità cerebrali. 

Può essere assunto per via orale sottoforma di perle, come integratore alimentare, o impiegato nella dieta di tutti i giorni, per condire a crudo le insalate e altre pietanze. Unito alle mandorle e al miele, è ingrediente dell’amlou beldi, la crema tradizionale marocchina, che ancora oggi si offre ai visitatori, assieme al pane e al tè alla menta, in segno di benvenuto.

Olio di argan: uso esterno

Come abbiamo visto, grazie alla presenza della vitamina E e agli antiossidanti, l’olio di argan svolge un’azione protettiva sulla cute, preservandola dagli agenti esterni come il sole o il freddo e lo smog. Quest’olio vegetale è impiegato nella cosmesi naturale per la cura del viso e del corpo, in quanto nutre e idrata sia la pelle che capelli secchi, fragili, sfibrati e privi di lucentezza. Bastano poche gocce applicate direttamente sulla pelle o, in alternativa, conviene inserirlo come prezioso ingrediente nelle crema fatta in casa

Le sue proprietà emollienti e tonificanti lo rendono il migliore olio con attività rassodante, adatto alla cura del rilassamento cutaneo. E’ fondamentale per contrastare la formazione delle smagliature, soprattutto in gravidanza, per combattere le rughe e per restituire elasticità e tensione alla pelle secca, sensibile e disidratata.

Migliorando l’idratazione della pelle, l’olio di argan è in grado anche di aumentare le difese dei tessuti, mitigare rossori ed eczemi e favorire i processi di guarigione delle bruciature o curare gli eritemi solari. La sua azione lenitiva è utile in caso di distorsioni e contusioni. Non meno importante è l’ulteriore proprietà antisettica nei confronti dei microrganismi che causano infezioni cutanee, dermatiti e psoriasi.

Essendo un olio a rapido assorbimento che non lascia untuosità, e avendo un costo elevato, l’olio di argan non si presta particolarmente a essere utilizzato “assoluto” per i massaggi, ma può essere diluito per arricchire altri olii meno preziosi.

Olio di argan: descrizione della pianta

(Argania spinosa – Sapotacee)
Il nome “argan” con cui la pianta è conosciuta corrisponde al nome locale, in lingua berbera (tashelhit) e significa “olio”.

L’argan, o argania, è un albero endemico, cioè cresce spontaneo esclusivamente nel territorio del Marocco, in particolare nelle sue zone sudoccidentali, nella pianura del Souss, dove forma un’immensa foresta, l’Arganeraie, divenuta patrimonio dell’UNESCO.

Nonostante sia una pianta sempreverde, perde le foglie in periodi di stress idrico, riuscendo così ad adattarsi perfettamente al clima dal rigore secco e inospitale. Possiede rami spinosi (da qui l’epiteto spinosa), raggiunge gli 8-10 metri, ed è assai resistente: può vivere anche 150-200 anni.

La chioma è ampia e arrotondata, il tronco nodoso, tortuoso e abbastanza corto, formato spesso da più parti intrecciate tra loro. Le foglie, verde scuro e coriacee, servono di nutrimento a cammelli e capre. Queste ultime non esitano ad arrampicarsi sui rami per brucarle. I fiori, da bianchi diventano giallo-verdastri e compaiono tra maggio e giugno. Il frutto è una drupa carnosa simile all’oliva, ovale, fusiforme, lunga circa 30 mm, di colore giallo-bruno quando matura, e che contiene una noce molto dura, che protegge tre “noccioli”.

Questa pianta è un elemento indispensabile per mantenere intatto il fragile ecosistema di questa regione dell’Africa Atlantica, al confine con il deserto: le sue radici, penetrando nell’aridità del suolo pietroso, frenano l’erosione del terreno e rallentano la progressiva desertificazione del territorio. 

Olio di argan: la lavorazione

L’olio di argan si ottiene dalla spremitura dei semi, che si trovano nei frutti della pianta. Lavorato in modo semiartigianale per preservarne tutte le caratteristiche e garantire allo stesso tempo qualità e sicurezza, l’olio viene prodotto da una cooperativa di donne di Essaouira, per le quali costituisce una importante fonte di reddito. 

La produzione di quest’olio richiede un processo laborioso che, fino a poco tempo fa, era interamente realizzato a mano. L’operazione più laboriosa consiste nell’iniziale rimozione della polpa (destinata all’alimentazione del bestiame) e nella successiva estrazione della noce coriacea contenuta nel frutto. Successivamente, con l’ausilio di una pietra rotatoria, simile alle macine utilizzate per la produzione dell’olio di oliva, si procede con la spremitura meccanica dei semi, da cui si estrae l’olio: per ottenere un litro occorrono i frutti di almeno 8 alberi e circa 14-16 ore di lavorazione. La bassa resa e il laborioso processo di lavorazione contribuiscono, infatti, a farne lievitare il prezzo.

Attualmente il costo dell’olio di argan è nettamente superiore a quello dell’olio di oliva, tanto da raggiungere e superare i 50 euro al litro: non a caso è definito l’oro del deserto (fonte /www.cure-naturali.it)

Olio di semi di Canapa, naturalmente eccezionale

L’olio di semi di Canapa è un alimento dalle straordinarie proprietà nutrizionali, nonchè un eccellente supplemento dietetico nella pratica medica.

La sua composizione rispecchia in tutto e per tutto le qualità stupefacenti che abbiamo illustrato nell’articolo dedicato ai semi di canapa.
Per le sue caratteristiche l’olio di Canapa è utilizzabile alla stregua di un vaccino nutrizionale, ideale per la prevenzione grazie ai benefici portati al sistema immunitario nonchè come valido rimedio antinfiammatorio per la cura di molte affezioni ad andamento cronico-degenerativo.

La proporzione perfetta: Omega6 – Omega3
La qualità più importante di quest’olio è senza dubbio la presenza di acidi grassi essenziali polinsaturi Omega 6 -Omega 3 nella proporzione migliore per l’essere umano: nessun altro alimento in natura è infatti in grado di garantire una proporzione 3:1, rapporto raccomandato dalle ricerche mediche e dalle più avanzate teorie in ambito di nutrizione.

I regimi dietetici occidentali sono sbilanciati anche per quanto riguarda gli acidi grassi insaturi, con rapporto Omega 6 – Omega 3 mediamente superiore a 10:1.
Questo sbilancio ha impatto sulla salute cardiovascolare, sulle funzioni mentali, su patologie respiratorie e cronico-degenerative e sui processi infiammatori alla base di buona parte delle malattie.
Un bilanciamento di tale rapporto, che può essere ottenuto attraverso un’alimentazione naturale e consapevole, costituisce un’eccellente base di prevenzione ed è in grado di sostenere un miglioramento di tutte queste patologie.

Perchè l’olio di canapa è migliore rispetto agli altri integratori di acidi grassi

La principale differenza tra l’olio di semi di canapa e gli altri olii utilizzati per l’integrazione dietetica di acidi grassi polinsaturi sta ancora una volta nell’eccezionale e unico rapporto tra Omega 6 e Omega 3, poco sopra descritta.

Tabella comparativa acidi grassi in olii vegetali

 

Passando in rassegna altri olii molto ‘quotati’ troviamo infatti che l’olio di borragine non contiene Omega 3 (ma contiene tracce di tossine naturali che col tempo possono danneggiare l’organismo).
Gli integratori di Omega 3 a base di olio di pesce sono ottenuti mediante processi di estrazione chimici e possono soffrire dell’inquinamento tipico del pesce (mercurio, diossina, metalli pesanti) che alla lunga sono molto pericolosi per la salute.
L’olio di lino, fin troppo ‘osannato’, presenta rispetto all’olio di canapa un rapporto invertito e quindi sfavorevole tra Omega6 – Omega 3 e può contenere linamarina, potenzialmente tossica.

Naturalmente antiossidante e immunomodulante
Nell’olio di canapa sono presenti quantità significative di Vitamina E, antiossidante naturale; fitosteroli e cannabinoidi (specialmente CBD, Cannabidiolo) che secondo le più recenti acquisizioni medico-scientifiche hanno un’importante funzione di modulazione per quanto riguarda il sistema immunitario e le funzioni cognitive.
L’olio di canapa è anche ricco di fibre, sali minerali, oligoelementi preziosi (calcio, potassio e magnesio) e carboidrati, tutti elementi che lo rendono ancor più un integratore completo e dal notevole profilo energetico.

Indicazioni e principali effetti benefici sul metabolismo: l’esperienza del dott- Jonas

Nel corso della sua attività il dott. Jonas Elia, medico chirurgo specializzato in pediatria e neuropsichiatria infantile, dichiara di aver ottenuto risultati eccellenti grazie all’intetgrazione alimentare di olio di canapa in caso di:

– artrosi e artriti;
– patologie autoimmuni e sclerosi multipla;
– tendenza a sviluppare cisti e polipi;
– ipercolesterolemia e problemi nella funzionalità epatica;
– dermatiti atopiche e affezioni cutanee in genere (psoriasi, herpes, eritemi, ecc..) ;
– patologie a carico del tratto gastro-intestinale;
– ipertensione arteriosa e altre vasculopatie;
– patologie tipicamente femminili quali cisti ovariche, disturbi del ciclo, fibrocisti mammarie;
– tumori;
– disturbi del linguaggio e caratteriali, autismo, nevrosi, depressione;
– dolori muscolari e articolari;
– cardiopatie e aterosclerosi;
– convalescenza a seguito di ictus o infarto.

Il dott. Jonas suggerisce un apporto quotidiano di olio di semi di canapa nella misura di:

– un cucchiaino da tè al giorno in funzione preventiva (da sospendere solo nei mesi più caldi);
– da uno a 3 cucchiai da tavola da distribuire nella giornata per terapie d’attacco per una risposta ottimale nel caso in cui si vada a curare (o coadiuvare una cura per) una patologia già presente.

La raccomandazione è valida ed efficace sui bambini, sugli adulti e sui centenari che hanno preservato con una sana contotta di vita la propria salute psicoemofisica.

L’olio di semi di canapa a tavola

Il suo sapore ricorda la nocciola, è molto gradevole e va utilizzato a crudo per preservarne intatte le straordinarie qualità nutritive e virtù terapeutiche; può quindi accompagnare insalate, cereali, zuppe, pasta ecc.. al posto o a fianco dell’olio extravergine di oliva. L’olio di canapa è rigorosamente spremuto a freddo e viene venduto prevalentemente nei negozi di alimentazione biologica, va tenuto lontano da fonti di calore e luminose e una volta aperto si conserva in frigorifero.

Olio di semi di canapa e THC

Vale lo stesso discorso fatto sui semi di canapa ma in casi simili è sempre utile ripetersi.
L’olio di semi di canapa contiene una percentuale infinitesimale di THC (meno di una parte su un milione), il principio responsabile dell’effetto psicoattivo della marjiuana.
Il che significa che per avere un effetto tossico da questo alimento (analogo a quello che si ottiene con un solo spinello), occorrerebbe berne una quantità intorno ai dieci litri al giorno. (fonte /www.ilsentiero.net/).

Le giuste combinazioni alimentari

Associando determinati alimenti all’interno del nostro organismo nello stesso pasto, si verrebbe a formare un accumulo di nutrienti che il nostro corpo non sarebbe in grado di digerire, con il conseguente effetto negativo sullo stato di salute generale. Questo sarebbe dovuto sia ad un eccessivo consumo di carboidrati complessi, che ad una cattiva conoscenza riguardo i processi digestivi.

Nello specifico si pensa che le proteine possono essere digerite solo in un ambiente acido, in quanto l’enzima che le digerisce nello stomaco (la pepsina), agisce in presenza di acido cloridrico, e quindi di un ambiente acido. Il pH dello stomaco può essere modificato dalla presenza di carboidrati che sono digeriti, al contrario, in presenza di un ambiente alcalino

Sono state elaborate tre liste, ognuna delle quali riporta gli alimenti che possono considerare simili.

ALIMENTI A DIGESTIONE BASICA: arachidi, banane, biscotti, castagne, cavolo verde, cioccolato, legumi secchi, marmellate, nocciole, noci, pane, pasta, patate, riso, torte.

ALIMENTI A DIGESTIONE NEUTRA: avocado, burro, carote, cipole, fagiolini, formaggi grassi, funghi, insalata, margarina, melanzane, olio, panna, piselli freschi, pomodori crudi, spinaci, zucchine.

DIGESTIONE ACIDA: albicocche, ananas, arance, carne, formaggi magri, fragole, mele, pere, pesce, pesche, pomodori cotti, pompelmi, prugne, salumi e affettati, uova, uva, yogurt.

Associazione di alimenti appartenenti allo stesso gruppo o a quelli a digestione neutra.

Frutta e verdura rappresentano la parte principale della dieta dissociata, mentre proteine, grassi e amido vanno consumati in modo limitato. I pasti di tipo differente, inoltre, devono essere consumati con almeno quattro ore e mezza di intervallo.

 (fonte /www.alimentazione-salute.it)