Archivi del mese: aprile 2011

Alimentazione: le fragole per controllare grassi e zuccheri

Nella nostra alimentazione vanno incluse anche le fragole, che svolgono una funzione utile per controllare i grassi e gli zuccheri assunti attraverso i cibi. Le fragole quindi svolgerebbero un ruolo di primo piano nel riuscire a contrastare l’azione del glucosio e dei lipidi, che vengono introdotti nell’organismo attraverso i pasti abbondanti di grassi e carboidrati.

Da questo punto di vista il consumo di frutta si rivela essenziale. Una recente ricerca scientifica ha scoperto che anche l’ananas aiuta a eliminare i grassi. Spesso capita che alla fine di un pasto ci sentiamo sazi e rinunciamo a mangiare la frutta. Si tratta di un’azione sbagliata, che non mira affatto al nostro benessere. Infatti i risultati di un’interessante ricerca pubblicati sul “Journal of the American College of Nutrition” hanno messo in evidenza che la frutta assunta dopo i pasti svolge un ruolo di primo piano nel contrastare l’azione dei grassi e degli zuccheri, che a lungo andare può provocare problemi di salute come il diabete, l’obesità e le malattie cardiovascolari.
 
In tema di alimentazione sono noti i benefici della frutta di stagione. In particolare sarebbero i frutti rossi a svolgere un’azione benefica nel controllare gli effetti negativi dei pasti ricchi di grassi. Il tutto grazie al fatto che questo tipo di frutta contiene molte molecole, come i polifenoli, in grado di svolgere un’azione antinfiammatoria e antiossidante. Le molecole in questione riescono a regolare la risposta ai radicali liberi, agendo direttamente su diversi tipi di recettori cellulari e di enzimi. Da ricordare anche in questo senso che la buccia della frutta fa bene.
 
Il segreto è saper scegliere la frutta di stagione, avendo cura di mangiare frutti di colore diverso, in modo da non far mancare all’organismo tutti i composti di cui ha bisogno. (fonte www.tantasalute.it)

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Patatine fritte e caffè: pericolo acrilammide

Troppo elevata la presenza di acrilammide nelle patatine ma anche in caffè e orzo solubile. C’è poco da scherzare su una sostanza notoriamente cancerogena e genotossica
Attenzione all’acrilammide nel cibo. Ce n’è ancora troppa in patatine fritte, biscotti, caffè torrefatto e pane morbido e le misure volontarie sviluppate dall’industria per ridurne i livelli negli alimenti non sono stati pienamente soddisfacenti. “Le patate fritte (comprese le patate fritte a bastoncino), il caffè torrefatto e il pane morbido sono stati individuati come i prodotti che maggiormente contribuiscono all’esposizione all’acrilammide negli adulti.
Le patate fritte, le patatine, i biscotti e il pane morbido sono stati identificati come i principali responsabili dell’esposizione negli adolescenti e nei bambini”. Sono le conclusioni cui è giunta l’Efsa, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che ha pubblicato una relazione sui livelli di acrilammide nei prodotti alimentari.
Il documento comprende una valutazione dell’esposizione per stimare l’assunzione di questa sostanza da parte di gruppi di popolazione di età diverse (adulti e bambini) nonché l’assunzione dei prodotti che maggiormente contribuiscono all’esposizione all’acrilammide nelle diete dei consumatori europei. La relazione si basa sui dati presentati dagli Stati europei tra il 2007 e il 2009.
Un passo indietro: l’acrilammide è un composto chimico che si forma nei prodotti amidacei durante la cottura a temperature elevate, come frittura, cottura al forno e alla griglia. Nel 2005 l’Efsa aveva sottolineato che “l’acrilammide poteva rappresentare una potenziale preoccupazione per la salute, in quanto sostanza notoriamente cancerogena e genotossica (in altre parole può causare danni al materiale genetico delle cellule)”. A seguito di una raccomandazione della Commissione europea del 2007, gli Stati membri sono tenuti a svolgere controlli annuali sui livelli di acrilammide e presentare i dati all’Efsa affinché siano valutati e inseriti in una relazione annuale. La più recente relazione di questo tipo, che mette a confronto i dati presentati nel 2009 con quelli precedenti relativi al 2007 e al 2008, include anche una stima dell’esposizione all’acrilammide in diversi gruppi di età in Europa.
Confrontando i dati del 2007 con quelli del 2009, si è potuta rilevare una tendenza verso un abbassamento dei livelli di acrilammide soltanto in 3 gruppi di alimenti su 22 (nei crackers, nei biscotti per l’infanzia e nel pan di zenzero). Durante i tre anni di monitoraggio si è riscontrato che i livelli di acrilammide sono aumentati nei crackers di tipo svedese e nel caffè istantaneo. I livelli medi più elevati di acrilammide sono stati rilevati in alimenti quali le patatine e i succedanei del caffè, tra cui le bevande simili al caffè a base di cicoria o di cereali come l’orzo.
Come era già stato sottolineato nelle precedenti relazioni, per l’Efsa “è possibile concludere che le misure volontarie sviluppate dall’industria per ridurre i livelli di acrilammide negli alimenti abbiano ottenuto un successo solo parziale. Per abbassare l’esposizione complessiva, sarebbe auspicabile – consiglia l’Autorità – ridurre ulteriormente i livelli di acrilammide presenti nei gruppi di alimenti che contribuiscono in misura maggiore all’esposizione a tale sostanza”.

Le Banane aiutano a prevenire l’Ictus

Le Banane sono particolarmente efficaci nella prevenzione dell’ictus, che rappresenta la terza causa di morte nel mondo, dopo malattie cardiache e tumori. Nel nostro Paese, si registrano circa 130 mila nuovi casi di ictus all’anno.
A scoprire l’utilità delle banane nella prevenzione dell’ictus è uno studio revisionale basato sui dati di 11 ricerche mediche svolte negli anni Sessanta del secolo scorso e pubblicato sulla rivista Journal of American College of Cardiology. Lo studio è stato realizzato da un team di esperti composto da ricercatori dell’Università di Napoli e dell’Università di Warwick, in Gran Bretagna.

Perché le Banane riducono il rischio di Ictus?

I ricercatori sono giunti alla conclusione che tre banane al giorno, preferibilmente consumate durante i tre principali pasti della giornata, possono ridurre del 21% le probabilità di essere colpiti da un ictus. Il merito è del potassio, un sale minerale prezioso per il nostro organismo perché, oltre a provvedere all’equilibrio dei liquidi, contribuisce anche a tenere sotto controllo la pressione sanguigna. E, come noto, la pressione alta rappresenta il maggior fattore di rischio per l’ictus.
I ricercatori sostengono che bastino 1600 mg giornalieri di potassio per ridurre di oltre un quinto il rischio di andare incontro ad una interruzione dell’afflusso di sangue al cervello. Mediamente, una banana contiene 500 mg di potassio. Quindi, con tre banane si ottiene l’apporto quotidiano di potassio che gli studiosi considerano sufficiente per ridurre il rischio di ictus.

L’equipe di ricercatori sottolinea che, essendo importante assumere potassio indipendentemente dalla fonte alimentare, chi non ama molto le banane, oppure segue regimi dietetici che non consentono un ampio consumo di questo frutto, può trovare buone quantità di questo sale minerale nelle noci, negli spinaci, nelle lenticchie, nelle patate, nei cereali integrali, nelle carote, negli asparagi, nel pesce e negli aromi (soprattutto basilico, prezzemolo e aneto).

Anche Curcuma e Ginseng utili contro l’Ictus

Lo scorso Febbraio, i ricercatori del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles hanno scoperto che la Curcuma potrebbe essere in grado di contribuire a riparare i danni al tessuto cerebrale provocati dall’ictus.
Sono stati effettuati studi su cavie da laboratorio colpite da ictus. Negli animali cui è stato somministrato un farmaco ottenuto dalla curcumina, sostanza che si estrae dalla curcuma, si è evidenziata una ripresa dei percorsi neurali danneggiati dall’ictus. Gli studiosi si sono dichiarati molto soddisfatti dei risultati della ricerca, sottolineando che saranno però necessari ulteriori approfondimenti per verificare gli effetti dei farmaci ottenuti dalla curcumina su esseri umani.

Molto recente è anche uno studio realizzato dalla Tonji University School of Medicine, in Cina, e pubblicato sulla rivista “Ethnopharmacology”. I ricercatori cinesi hanno voluto verificare scientificamente la fondatezza  di una delle doti che la tradizione attribuisce al Ginseng: l’azione protettiva nei confronti del sistema nervoso centrale. Pertanto, sono stati testati alcuni topi colpiti da ictus di tipo ischemico, ai quali è stato somministrato il Ginsenoside Rb1 (GRb1), una proteina presente nel ginseng. La sostanza in questione si è dimostrata capace di favorire la ripresa delle funzioni neurologiche e di produrre un incremento del numero di cellule staminali neurali, deputate alla formazione di nuovi neuroni.
Anche in questo caso, gli scienziati non nascondono un certo ottimismo sugli esiti della ricerca. Secondo gli studiosi cinesi, infatti,  i test effettuati hanno confermato gli effetti neuroprotettivi della proteina GRb1 nei confronti dell’ictus ischemico e potrebbero rappresentare il punto di partenza per la messa a punto di nuovi trattamenti terapeutici per altre malattie neurodegenerative, come il morbo di Parkinson e quello di Alzheimer. (fonte www.megliosapere.info)

Dimagrire con i pistacchi

In tema di alimentazione occorre sottolineare che non tutti grassi di pistacchi sono assorbiti. Per questo, anche se questi gli alimenti possono sembrare piuttosto ricchi di calorie, in realtà una ricerca portata avanti dagli studiosi del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha messo in evidenza che non bisogna temere per quanto riguarda gli effetti che i pistacchi hanno sulla linea.

In materia di diete è stato dimostrato che il pistacchio è anticolesterolo. Esso è in grado di apportare numerosi benefici alla nostra salute, senza determinare particolari problemi per quanto riguarda l’accumulo di grassi. Tutto ciò è stato dimostrato da uno studio che ha coinvolto 16 persone, le quali sono state invitate a seguire una dieta quotidiana che comprendeva anche dei pistacchi. In questo modo si è potuto riscontrare che il valore energetico della frutta secca mangiata era di poco inferiore a quanto era stato calcolato in partenza.
 
Da ciò gli studiosi hanno dedotto che il grasso che è contenuto nei pistacchi non viene digerito o assorbito del tutto dall’organismo. La ricerca inoltre ha confermato che, se ogni giorno mangiamo dai 43 agli 85 grammi di pistacchi, abbiamo un rischio minore incorre nelle patologie cardiovascolari. Possiamo dire a buon diritto quindi che il pistacchio rientra fra quei cibi su cui si deve basare la nostra alimentazione in vista della salute del cuore.
 
Se dopo Pasqua gli Italiani si ritrovano con circa un chilo in più che minaccia il loro peso forma, possono includere nella loro dieta anche i pistacchi, in modo da seguire un’alimentazione corretta e che miri al nostro benessere. (fonte /www.tantasalute.it)

Peperoncino: blocca la fame e riduce le calorie

peperoncino blocca fame calorieUno studio statunitense, ha scoperto che il peperoncino rosso ha la capacità di bloccare la fame e di ridurre le calorie. Infatti, pochissime quantità di peperoncino possono ridurre l’appetito, aiutare la digestione del cibo e l’assorbimento dei nutrienti. Questa importante capacità è ottimizzata se la spezia non viene consumata abitualmente e pura, invece che in capsule.

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricercatori della Purdue University di West Lafayette, in Indiana (Usa), e guidati dai dottori Richard Mattes e Mary Jon Ludy. La ricerca, pubblicata su Physiology & Behavior, è stata eseguita su 25 volontari, sani e non in sovrappeso. Alcuni di questi (precisamente 13) erano abituali consumatori di peperoncino, tanto che la quantità sopportata era di 1,8 grammi. Invece, i volontari non abituati all’assunzione di tale spezia sopportavano circa 0,3 grammi.
 
Alla fine dello studio, i ricercatori hanno valutato come in tutti i volontari la temperatura interna era aumentata favorendo la combustione del cibo, l’assorbimento delle sostanze nutrienti, con riduzione dell’appetito. Questa grande capacità del peperoncino si affievolisce man mano che l’organismo si abitua alla spezia. Gli studi, comunque, continueranno per confermare questa capacità e i tempi dell’effetto provocato. (fonte /www.tantasalute.it/)

Servono più cereali integrali nella dieta, dicono i nutrizionisti, ma gli italiani non lo sanno

In base alle raccomandazioni dietetiche internazionali, l’alimentazione quotidiana dovrebbe prevedere alcuni pilastri irrinunciabili: 5 porzioni di verdura e frutta (3+2), 2 litri d’acqua (anche assunta attraverso i cibi), l’uso di olio extravergine d’oliva e la sostituzione di buona parte (l’ideale sarebbe la metà) dei cereali raffinati (pane, pasta, riso, fette biscottate, dolci e alimenti per la prima colazione) con i loro omologhi integrali (vedi tabella alla fine del pezzo). Ma se i primi tre consigli sono ormai ampiamente risaputi – anche se non necessariamente seguiti – il quarto è poco noto, oltre che ovviamente disatteso.

Una ricerca pubblicata nell’Osservatorio ADI Nestlé 2010, e presentata il 6 aprile al 5° Forum Internazionale di nutrizione pratica Nutrimi 2011 a Milano, ha messo in luce come oltre tre quarti degli italiani siano ben lontani dalle raccomandazioni dietetiche sul consumo di cereali integrali e che oltre la metà non ne conosce nemmeno i vantaggi per la salute (vedi box alla fine del pezzo). 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) consiglia di aumentare il consumo di cereali integrali per contrastare l’obesità, le malattie cardiovascolari e il diabete. E in Italia lo stesso suggerimento arriva da LARN e Linee Guida INRAN, per la loro ricchezza di fibra.

Spiega Franca Marangoni, farmacologa e direttore di ricerca del centro studi sull’alimentazione Nutrition Foundation of Italy (NFI): «Il consumo dei cereali integrali nei paesi occidentali si è progressivamente ridotto negli ultimi 50 anni, fino a diventare quasi insistente, per la raffinazione delle farine: gli alimenti moderni sono di conseguenza poveri di fibre – il costituente più conosciuto dei cereali integrali – ma anche di altre componenti nutrizionali importanti.

Le linee guida della Società di nutrizione umana stabiliscono che per incrementare l’introito di fibra (il valore considerato ottimale è di 30 g/die) metà della porzione di cereali mangiati quotidianamente dovrebbe essere costituita da cereali integrali».

Quali sono i vantaggi dimostrati per la salute?

 «Negli ultimi dieci anni sono stati condotti molti studi di lunga durata (alcuni di 8-13 anni) che hanno coinvolto migliaia di adulti e bambini, pubblicati sulle più importanti riviste mediche internazionali. Questi, e le relative metanalisi (ossia le ricerche che valutano la coerenza dei risultati complessivi di più studi con lo stesso fine), dimostrano che un maggiore consumo di cereali integrali si associa:

1) ad abitudini alimentari più sane nel complesso (la dieta è più completa di nutrienti, compresi vitamine e minerali, e varia);

2) minor rischio di malattie cardiovascolari (il 20% per cento di probabilità in meno);

3) migliore controllo dell’aumento di peso fisiologico (quello cui andiamo tutti incontro dai 40 anni in su, per le modifiche del metabolismo) e quindi minore rischio di soprappeso e obesità;

4) rischio inferiore di ammalarsi di diabete;

5) migliore composizione del grasso corporeo: chi consuma cereali raffinati ha più grasso viscerale, quello sul girovita, maggiormente associato alle malattie cardiovascolari.

A quali componenti dei cereali integrali si devono questi benefici?

«Rispetto a quelli raffinati sono notoriamente più ricchi di crusca e fibra. Quest’ultima è di due tipi: la fibra insolubile, che agisce soprattutto sulla funzionalità dell’intestino, e quella solubile, che invece ha effetti più complessi, per esempio modula l’assimilazione del glucosio, “la benzina” che serve all’organismo per funzionare.

Ma i cereali integrali contengono anche più grassi, minerali e vitamine e numerose altre sostanze bioattive dagli specifici effetti: per esempio, fructani, acidi fenolici, flavonoidi, colina, associati al controllo del peso; oppure l’acido alfa-linolenico, i tocoferoli, il beta-carotene, i fitosteroli che invece hanno un ruolo nella protezione del sistema cardiovascolare».  

Arricchire la dieta con integratori di fibra non basta?

«Gli effetti sulla salute sono il risultato di interazioni complesse tra i nutrienti contenuti all’interno dell’alimento: è difficile ipotizzare di ottenere lo stesso risultato sostituendo alimenti a base di cereali integrali con integratori in pillole.

Una ricerca americana durata 5 anni su 13mila soggetti che hanno mangiato da 0 a oltre 3 porzioni alla settimana di cereali integrali ha scoperto che il gruppo dei maggiori consumatori aveva un indice di salute (per qualità della dieta e assunzione di macro e micro nutrienti importanti) assai più alto rispetto agli altri, anche a parità di calorie consumate: la dieta è più ricca di fibra, apporta meno colesterolo e grassi saturi (dannosi per la circolazione) e più polinsaturi (benefici per le arterie). La salute, insomma, dipende da un’alimentazione globalmente migliore, non dall’assunzione o meno di una pillola».

Mariateresa Truncellito

L’IDENTIKIT DEL CONSUMATORE: DONNA, GIOVANE, NON TROPPO INFORMATA

Secondo una ricerca Food Monitor – Gpf del 2010, se nel 1984 alla domanda “faccio uso di alimenti integrali”, rispondeva sì il 18,8%, oggi siamo al 23,5%. Dopo un decennio in calo (nel 2005 la percentuale di sì era del 11,7%). C’è stata quindi una crescita, ma non molto significativa.

Uno studio effettuato da ALES Market Research pubblicata nell’Osservatorio ADI 2010 sui cereali per la prima colazione, mostra che questo è il pasto in cui sono più utilizzati (29% delle donne e il 19% degli uomini, mentre il 17% e il 5% rispettivamente lo fa in altri momenti della giornata). Le maggiori consumatrici sono le più giovani: il 33% ha tra i 18 e i 24 anni, mentre dai 35 anni in poi il consumo cala decisamente.

Quasi la metà degli intervistati non conosce la differenza tra cereali integrali e raffinati. Chi lo sa, cita come principale distinguo il contenuto di fibre (85%), la naturalità (65%) o il contenuto di crusca (61%). Quanto ai benefici per la salute, la risposta maggiormente data è “favoriscono il transito intestinale” (73%), seguita da “contribuiscono alla salute del tratto gastrointestinale” (46%) e “a prolungare il senso di sazietà” (33%). Solo il 16% indica l’effetto positivo sulla salute del sistema cardiovascolare.

Interessante anche la risposta alla domanda “In quali alimenti si trovano”: il 79% ha scelto “Nei prodotti che dichiarano in etichetta “con cereali integrali”. Ma c’è anche un 4% che crede che si trovano “In tutti i tipi di pane”.

Ultimo elemento, il gusto: circa 1/5 di coloro che consumano cereali raffinati o non consumano affatto cereali, ritengono che il gusto dei cereali integrali sia meno buono.

QUALI SONO I CEREALI E LE PREPARAZIONI INTEGRALI?

CEREALE   INTEGRALE   NON INTEGRALE
Frumento   Bulgur, farina integrale,

farina integrale di grano

duro (per la pasta),

farro, grano saraceno

   Couscous, farina bianca,
cereali da colazione soffiati,

germe di frumento, crusca,

tortillas di farina bianca

Avena   Avena integrale,

fiocchi d’avena

integrale, porridge

  Farina d’avena
Orzo   Orzo integrale, orzo

mondato, orzo nudo

  Orzo perlato, fiocchi d’orzo,

farina d’orzo

Riso   Riso bruno, riso selvaggio   Riso bianco, farina di riso
Mais   Mais integrale, popcorn,

tortillas di mais integrale

  Semolino di granturco, polenta,

farina di granturco a grana grossa

(fonte www.ilfattoalimentare.it)

La dieta mediterranea e la nuova piramide alimentare

Il primo a intuire la connessione tra alimentazione e malattie del ricambio, quali diabete, bulimia, obesità, fu, nel 1939, il medico nutrizionista italiano Lorenzo Piroddi, considerato il “padre” della dieta mediterranea. Qualche anno dopo lo scienziato americano Ancel Keys si fece promotore dell’ampio programma di ricerca noto come Seven Countries Study. Keys aveva notato una bassissima incidenza di malattie delle coronarie presso gli abitanti di Nicotera e dell’isola di Creta, nonostante l’elevato consumo dei grassi vegetali forniti dall’olio d’oliva, e avanzò l’ipotesi che ciò fosse da attribuire al tipo di alimentazione caratteristico di quell’area geografica. In seguito a questa osservazione prese l’avvio la famosa ricerca “Seven Countries Study”, basata sul confronto dei regimi alimentari di 12.000 persone, di età compresa tra 40 e 59 anni, sparse in sette Paesi del mondo (Finlandia, Giappone, Grecia, Italia, Olanda, Stati Uniti e Jugoslavia). I risultati dell’indagine non lasciarono dubbi: la mortalità per cardiopatia ischemica (infarto) è molto più bassa presso le popolazioni mediterranee rispetto a Paesi, come la Finlandia, dove la dieta è ricca di grassi saturi (burro, strutto, latte e suoi derivati, carni rosse). Ancel Keys, e altri scienziati che presero parte al “Seven Countries Study”, proseguirono i loro studi a Nicotera (Vibo Valentia), Crevalcore (Emilia), Montergiorgio (Marche). A Pioppi (Pollica), nel Cilento, Keys continuò a vivere per oltre 40 anni. Visse 100 anni, come migliore riprova delle sue teorie. È stato insignito nel 2004 della medaglia al merito alla salute pubblica dello Stato Italiano. Il 16 novembre 2010, l’Unesco ha incluso la dieta mediterranea tra i Patrimoni orali e immateriali dell’umanità.

I benefici della dieta mediterranea possono essere così riassunti:

1.Bassa incidenza di cardiopatia coronarica;

2.Riduzione del colesterolo totale e del colesterolo LDL;

3.Bassa incidenza di cancro al colon;

4.Bassa incidenza di neoplasia mammaria;

5.Riduzione dell’obesità;

6.Minore incidenza di diabete, infarto, aterosclerosi, ipertensione e malattie digestive.

Nel corso dei decenni questo regime alimentare è stato attentamente studiato, e sebbene sicuramente rappresenti indubbi vantaggi salutistici rispetto ad altri regimi, non è esente da difetti e difatti è stato sottoposto a critiche e dubbi sostanziali.

In particolare:

1) Non tutti i grassi hanno le stesse valenze nutrizionali. Nella piramide tutti i grassi venivano collocati verso l’apice. Invece, solo i grassi saturi (per lo più di origine animale, come il burro), dovrebbero mantenere questa posizione, mentre i grassi di origine vegetale dovrebbero essere collocati verso la base della piramide, prevedendone il consumo quotidiano.

2) La classica differenziazione tra carboidrati semplici e carboidrati complessi, non è la più adeguata per una scelta corretta, perché non tutti i carboidrati hanno le stesse valenze nutrizionali. I carboidrati complessi come pane, pasta e riso, collocati alla base della piramide, dovrebbero essere relegati all’apice della piramide stessa! Si tratta di un sovvertimento radicale, in quanto un gruppo di alimenti che prima rappresentava la base dell’alimentazione quotidiana, viene invece classificato come “consumare in maniera limitata”. La differenziazione tra queste due categorie è dovuta alla loro differente propensione a rilasciare glucosio nel sangue (indice glicemico).

Alla luce di queste considerazioni, scienziati del Mediterraneo ed esponenti d’istituzioni internazionali si sono confrontati sull’evoluzione della dieta mediterranea e hanno elaborato la nuova piramide alimentare per la dieta mediterranea moderna. La nuova piramide è poi integrata da uno zoccolo inferiore che sottolinea l’esigenza di svolgere quotidianamente un adeguato livello di attività fisica e presenta, come suggerimento esterno, l’indicazione ad un minimo consumo di alcool e a supplementi di integratori vitaminici e minerali.

In sommario:

1.poca carne e tanti vegetali;

2.meno cereali raffinati e derivati e più cibi a basso indice glicemico (cereali integrali);

3.Utilizzare spesso grassi “buoni” (olio d’oliva extravergine, pesce, frutta secca oleosa con guscio, come noci, mandorle, pinoli…);

4.Insaporire ed esaltare gli aromi con abbondante uso di erbe aromatiche piuttosto che con intingoli complessi;

5.Mantenete un buon ritmo fame-sazietà: meglio tanti piccoli e semplici pasti nell’arco della giornata;

6.Variare gli alimenti nell’arco della settimana;

7.Bere molto (1.5-2 litri di acqua al giorno, spesso e in piccole quantità. Limitare le bevande gassate e dolci);

8.Dolci con parsimonia (ci si può concedere un paio di piccole porzioni alla settimana di dolci semplici e non elaborati).

Le nostre considerazioni finali sono in linea con le conclusioni dei ricercatori: sicuramente questa nuova piramide è più vicina ad una alimentazione ideale che rispetti la salute dell’uomo e del pianeta. Alimentarsi in questo modo non significa solo ridurre drasticamente il rischio delle malattie coronarie, del diabete ecc., ma soprattutto sperimentare un più alto livello di benessere, salute ed energia vitale. (font www.riflessioni.it/)